Plutôt la VIE

Édouard Boubat, Parigi 1968.

Édouard Boubat, insieme ad Eugène Atget, André Kertész e Brassaï, è uno dei miei fotografi di riferimento e fu uno degli emblemi della fotografia umanista. Si prestava attenzione alla quotidianità dell’esistenza, mettendone in risalto momenti apparentemente banali: ma è lì, nella piega di una pigra giornata qualsiasi, che si compie il destino di ciascuno di noi. Il peso dell’esistenza individuale, come aveva messo in risalto la generazione di intellettuali di metà Ottocento, avrebbe trovato in Gide, Rilke, Malraux, Sartre, Camus i cantori della propria imponderabilità. La Parigi 1850-1950 è stata il centro della vita in arte, letteratura, cinema, poesia, filosofia, e non si stancava di affermare quanto l’unica cosa certa della vita fosse il viverla. 

C’era tutto il senso di un peso che non poteva essere pesato. Del resto, come avremmo mai potuto misurare quanto si debba soffrire? Oppure pesare quanto si possa amare? Misurare quante lacrime versare? Possiamo contare i battiti del cuore per sapere se siamo in salute, non se siamo felici. Contiamo, pesiamo, misuriamo, ma la verità è che ciò che più conta sfugge a regoli e regole. Perfino il tempo svanisce come entità misurabile quando diventa il tempo dell’esistenza e finisce per tacere, come ricordavano Bergson e Jaspers. 

E dunque, che fare? Non resta che vivere. 

Gide lo andava ripetendo, «ce qui échappe à la logique est le plus précieux de nous-mêmes». Non resta che fingere di pianificare la vita, attendendo di vivere ciò che capiterà mentre siamo intenti a pianificare. Sogni, paure, speranze, ricordi, amori sono i veri costruttori di quell’edificio folle, un po’ gaudiano, che prova a ergersi su fondamenta fragili, che cambia aspetto e materiali, che ambisce a toccare il cielo e che, inevitabilmente, finisce per crollare in un cumulo di macerie e memoria. Eppure è stato bello. 

Ma è l’unico modo per vivere: provare a costruire il più folle degli edifici, il più autentico, il più sincero, quello aperto a ogni possibilità, a ogni materiale, a ogni idea, a ogni inquilino e a ogni storia. Quello che si innalza dai primi passi e dai primi piani e impara a guardare sempre più lontano e a ergersi sopra la confusione degli edifici tutti uguali. Sfidare quel geometra, che ammoniva di non abbattere quella parete, e quell’architetto, che dichiarava impossibile avere una terrazza vista mare e montagna. E tutte quelle persone che non credevano che le scale potessero arrivare fin su al cielo. 

L’animo nobile di Rilke aveva già colto il senso del graffito immortalato da Boubat nel 1968: «Croyez-moi, la vie a toujours raison». 

Donc, plutôt la vie.

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Covid-19 (coronavirus)

A seguito della decisione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si informano gli studenti che il corso di Etica della Comunicazione non potrà iniziare, come previsto, domani 5 Marzo. Le lezioni sono sospese fino a nuove comunicazioni (stiamo lavorando a lezioni telematiche).

Si comunica che per lo stesso motivo anche il ricevimento è sospeso fino al 15 Marzo e comunque fino a nuove comunicazioni.

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Etica della Comunicazione • Inizio Lezioni 2019/20

Si informano gli studenti che le lezioni di Etica della Comunicazione inizieranno Giovedì 5 Marzo 2020, dalle ore 12 alle ore 14, presso l’Aula 3 del Palazzo Centrale.

In attesa di avere la disponibilità dell’Aula A2, l’aula delle lezioni del Venerdì verrà confermata di volta in volta: per Venerdì 6 Marzo, la lezione sarà svolta, sempre dalle ore 12 alle ore 14, presso il Coro di Notte.

Su Studium sono già state caricate informazioni e inseriti link per un primo sguardo al contenuto del corso.

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La Macchia Mongolica

Massimo Zamboni – chitarrista, compositore e paroliere dei CCCP insieme a Giovanni Lindo Ferretti – ha scritto un libro che è una finestra sull’esistenza, a partire da un punto geografico preciso, come piace a me: la Mongolia. Il libro, scritto con la figlia Caterina, è in libreria da pochi giorni, mentre in poche sale – come sempre accade per i prodotti migliori – è in distribuzione il documentario di accompagnamento, del quale condivido il trailer.

Zamboni era già stato in Mongolia nel 1996: i CCCP erano ormai CSI, ma da quel viaggio sarebbero uscite le sonorità di Tabula Rasa Elettrificata. Lì, insieme alla moglie, sentì che l’esistenza richiedeva altra esistenza: un figlio. Vent’anni dopo, la figlia torna nel suo luogo geografico, seguendo la “macchia mongolica”, un tratto epidermico, una voglia di colore blu, diffusa nel 90% della popolazione mongola e che scompare nei primi anni di vita.

Perché siamo davvero figli delle stelle, cioè quelli che Ortega y Gasset chiamava “personaggi spaziali”. Siamo legati alla spazio, quello lontano, astronomico e siderale, e quello vicino, della Terra su cui viviamo e della terra che calpestiamo, che mangiamo, che tocchiamo.

Ma questo orizzonte lo possiamo ampliare e non siamo mai satolli di farlo: Zamboni torna in Mongolia e non la guarda più con i suoi occhi, ma con quelli di sua figlia. L’orizzonte è sempre da un punto di vista. Siamo l’orizzonte che ci diamo.

La Macchia Mongolica / The Mongolian Spot from Zona on Vimeo.

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